Il lavoro da casa – o smart working – potrebbe non essere l’unico futuro possibile per molte aziende, anche se i vantaggi in termini di maggiore produttività, maggiore equilibrio tra vita personale e professionale e – diciamocela tutta – la comodità di non dover seguire un dress code rigido, sono molti.
Certo, molto dipende dalla professione che si fa: se si è un freelancer o se si è dipendenti per un’azienda, se si ha un ruolo dirigenziale o se si è ancora all’inizio della carriera.
Molte aziende (specie in Italia) non prevedono ancora la possibilità di poter svolgere una quota di ore settimanali a casa, ma ormai lo smart working è una realtà, soprattutto in America, dove un dipendente su cinque lavora da casa.

In Italia è di fine 2015 il disegno di legge sullo smart working, o “lavoro agile”, definito come «modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato allo scopo di incrementare la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro». Questi sono gli scopi, che coincidono con quelli che ci immaginavamo già in introduzione. Ma quali sono i confini della disciplina? Secondo il Sole 24 Ore «il lavoro agile è quel lavoro che può essere svolto in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, seguendo però gli orari previsti dal contratto di riferimento e prevede l’assenza di una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti all’esterno dei locali aziendali.»
Nel 2015, dopotutto, ben il 17% delle grandi imprese (nel 2014 si trattava solo dell’8%) ha in atto sperimentazioni di smart working, come testimonia l’ultima ricerca dell’Osservatorio del Politecnico di Milano sullo smart working. A questo 17% si aggiunge un 14% di grandi imprese in fase “esplorativa”, con l’intenzione di avviare progetti di questo tipo in futuro, e un altro 17% che hanno avviato iniziative puntuali di flessibilità. È in crescita anche l’interesse per il co-working, per le grandi aziende. In Italia ci sono ben 349 spazi condivisi, che permettono lo scambio di conoscenza e la riduzione dei costi di gestione di uno spazio.
Ma se si può lavorare da casa, perché allora non si si può lavorare dal bar, dalla spiaggia o mentre si è in viaggio?
Ok, non facciamo il passo più lungo della gamba, specie in questa fase delicata di transizione da una cultura aziendale e organizzativa che non ammetteva deroghe a una cultura più aperta e dinamica.
Però in America il lavoro in mobilità – da qualsiasi luogo una persona voglia – è già realtà, con Lifepack. Uno zaino che, attraverso i carica-batterie solari può tenere i tuoi dispositivi in carica per tutto il giorno, e ha un meccanismo di sicurezza anti-scasso.

L’idea è venuta a Adrian Solgaard, un 29enne di Vancouver, Canada, dopo che in un bar era stata rubata la borsa alla sua ragazza. La soluzione? Creare uno zaino che integrasse un lucchetto simile a quello di una bicicletta, facilmente e velocemente attaccabile a una sedia mentre si lavora. Ok, e il lucchetto è anche un apri-bottiglie: di certo Solgaard conosce bene il suo target!
Lo zaino ha poi degli scompartimenti nascosti, che tengono completamente separati la workzone – per tenere organizzato il proprio “ufficio mobile” – e la lifezone – in modo che non ci si ritrovi dei calzini in mezzo al carica-batterie.
Ma la cosa più interessante, inutile sottolinearlo, è la possibilità di collegare due prese USB allo stesso tempo per non rischiare di rimanere mai senza carica, grazie alle celle solari presenti sul fronte dello zaino. Cosa aspettate? Su Indiegogo potete ancora fare un pledge a 169$ + spese di spedizione!
E se dovessero finire, la soluzione è quella di mettere in una delle innumerevoli tasche un power bank, tra tutti quelli che potete scegliere sul sito di Tribe!
Riccardo Coni



